Il Campanile del Carmine
Una mirabile costruzione della fine del Quattrocento a Corigliano
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di Luigi Petrone
Tra gli esempi più piacevoli dell’architettura tardogotica calabrese, ampia e isolata, di forte riferimento
urbanistico, poche chiese esercitano un fascino particolare come quella dei Carmelitani. I monaci che la costruirono furono guidati da scelte funzionali (un luogo al riparo dalle acque del torrente che di là scorreva e sulla
strada che conduceva i viandanti al borgo) e da altre esoteriche a noi sconosciute, come ignote restano le mani che la edificarono. Ma ciò che esercita un misterioso potere di
attrazione non è la chiesa, pur meritevole di mille racconti, ma l’eleganza della sua torre campanaria.
Simbolo di unificazione spaziale tra città e territorio, non possiamo che restare ammirati dalla nobiltà di
quest’opera e dalle sue armoniose linee. Un disegno del convento carmelitano, realizzato da Despréz per il Voyage pittoresque edito da Jean Claude Richard abate di
Saint-Non (1727-1791), ci offre una bella immagine della torre campanaria. Sotto un cielo ancora cupo di un temporale oramai lontano, le donne si affaccendano a stendere rapide il bucato. Sulla riva del torrente
attraversato dalle ampie arcate di un ponte, ricco d’acque e navigato da barche, donne e uomini si adoperano nelle faccende quotidiane, alcune lavandaie sono intente a pulire i panni
mentre più in là uomini si affaccendano attorno ad una grande caldara: è un’istantanea di vita coriglianese del settecento. Ai piedi del borgo oltre il fiume, isolato, appare il
complesso dei Carmelitani con il campanile individuato in una posizione di rilievo, come si evince dalla cura grafica con cui è descritta la sua architettura. Sullo sfondo altre
architetture, il colle urbico nella sua immagine di borgo medievale e, più oltre, la collina alberata dei Conventuali con la chiesa cupolata.
Attraverso la vecchia sacrestia della chiesa, sotto gli sguardi severi di tre antichi personaggi carmelitani
riaffiorati dallo scialbo del tempo, una cancellata di ferro introduce all’interno della torre che, nonostante la scarsità di aperture lucifere, si presenta alquanto luminoso. La mole
del campanile, infrequente nell’area per dimensioni perimetrali e per robustezza (ampia 4,50 m. per lato), si pone come tra le più alte del territorio. Se consideriamo che fu
costruito per una chiesa del suburbio (ma l’edificio al quale appartiene è uno dei più ampi della città), questo manufatto rappresenta la torre più grande del circondario. Il
complesso dei Carmelitani venne costruito a ridosso del borgo, fuori e distante dai primi apprestamenti difensivi della cinta muraria che correva più in alto. Se è vero che la torre
campanaria di questa chiesa «sia per lo stato politico della città (feudo) sia per la dislocazione extraurbana del complesso è da vedersi, anche funzionalmente, …senza relazione
alcuna con il governo della città» , non si può del
tutto escludere una sua funzione nell’ambito del piano difensivo del borgo. La svettante struttura realizzata in muratura mista, l’aspetto ferrigno (aperta solo da semplici e rade
feritoie che avevano la funzione di illuminare la salita agli spazi sommitali), quasi una sorte di torre-fortezza che si apre su una vista molto ampia e il lungo cavedio percorso da
una scala in muratura, sono tipici di una struttura da difesa che, in caso di necessità, poteva essere utilizzata anche come torre d’avvistamento contro le rovinose sortite dei
saraceni. Del resto il nostro presenta un aspetto più consono ad una torre fortificata che ad una campanaria, come dimostrano l’assenza di vere e proprie aperture e la scala interna
con rampe in muratura risvoltanti le pareti (per resistere agli incendi attivabili dal basso, temibile tecnica di attacco per questi manufatti), che consentono ad una sola persona il
passaggio, caratteristiche che denotano una funzione di difesa che per questo campanile dev’essere stata pensata.
La torre quadrata, che diventa ottagona nel coronamento della guglia, s’innalza maestosa a ridosso dell’abside in
asse alla navata laterale di sinistra. Fu costruita probabilmente tra la fine del sec XV e l’inizio del secolo successivo quantunque mostri nel coronamento ad archetti e nella cuspide
poligonale che ne conclude la cella, elementi connotativi per una datazione più certa. Non ci è pervenuto il nome del mastro d’opera che disegnò e costruì questa torre,
del magister fabrice, ma certamente furono mani abili quelle che lavorarono al servizio dei Carmelitani. Le maestranze - forse gli stessi frati - costruirono un altissimo
corpo che giunge a sfiorare alla cima del pinnacolo, all’incrocio dei venti, i 30 metri di altezza che potevano essere di più come lascia supporre la brusca interruzione dell’ultima
serie di riquadri lasciati a metà in corrispondenza del piano d’imposta della cella campanaria (che denota un improvviso mutamento nella decisione delle misure finali da dare alla
torre), progettata per essere più elevata.
La sua costruzione costituì un momento fortemente innovativo dal punto di vista artistico. Con una soluzione
decorativa che non trova riscontri nel territorio, tutta la superficie sino alla cella è segnata all’esterno da una continua ed interrotta riquadratura di dodici file di quattro
quadrati per ogni lato che, ad imitazione di un liscio bugnato, esalta la semplicità della forma del campanile in una sorta di moltiplicazione di lesene con un singolare gioco
cromatico che sottolinea la continuità dell’elemento verticale accentuandone lo slancio ascensionale. La regolarità dei 192 riquadri della partitura esterna, realizzati in laterizio
intonacato, segnata solo da fori pontieri (entro cui furono ancorati i ponteggi di legno necessari ad innalzare la torre), spinge a rivolgere l’interesse visivo verso la cella,
l’elemento più importante di ogni campanile e non già solo per l’uso di diverso materiale «scelta (forse motivata, ad inizio, dall’intenzione di raggiungere quegli aspetti peculiari
che oggi noi leggiamo come conseguenze di questa opposizione) che determina le caratteristiche proprie dell’ultimo livello, per molti versi, se vogliamo, antitetico rispetto a quelle
del livello sottostante» . Ciò che caratterizza questa
torre ad ogni modo, non è tanto il tessuto costitutivo ma l’importanza espressiva assegnata non solo alla cella ma a tutto l’insieme, ricco di attenzioni formali e di elementi che
sottendono ad un preciso disegno e ad un’organizzazione di cantiere di notevole professionalità.
Aperta su ciascun lato da una finestra centinata a sesto rialzato con arco a doppia ghiera scalare, affiancata da
monofore cieche ad imitazione di una trifora solo in parte lasciata aperta, l’ampia cella interrompe il ritmo ascensionale della torre. L’esiguità dei suoi spigoli angolari, altrimenti insufficienti ad assolvere
alle esigenze portanti, lascia intendere che i fornici minori, rientranti rispetto alla superficie muraria, furono concepiti per rimanere chiusi (come giustifica altresì la presenza
di corsi di mattoni tra loro ortogonali, realizzati all’altezza dell’imposta dell’arco e in asse delle loro chiavi, con evidente funzione di concatenare e chiudere gli stessi angoli),
senza rinunciare comunque a svolgere una funzione estetica quando, sfruttando i contrasti chiaroscurali propri delle zone d’ombra, lasciano immaginare -osservati in lontananza - il
disegno di una sorta di trifora a serliana.
Ma il gusto e l’abilità dei costruttori non si esaurirono qui. L’articolazione e l’armonia della parte terminale
della cella movimentata da una serie di nicchie cieche rivela, infatti, una personalità di indiscusse capacità, come l’uso sapiente del cotto che ben documenta quelle doti di
manualità e d’impiego suggerite da un’esperienza maturata nel tempo. Immediatamente al di sotto dell’ultimo cornicione, la cella è infatti conclusa da un coronamento di sei archetti
rientranti a sesto lievemente acuto «dei quali si segnalano quelli posti alle estremità per la singolare giacitura della retrostante struttura muraria
di piedritto posta a 45° rispetto agli assi ortogonali del manufatto per rendersi collaborante agli archetti d’angolo posti su piani perpendicolari», espressione di un gusto ancora influenzato dalle forme e dalle
proporzioni del romanico in cui gli archetti pensili appaiono qui trasformati in una loggetta dai profondi fornici. Ma l’elemento di maggior caratterizzazione che conclude il risalto
alla sommità e che contribuisce a rendere più slanciata una costruzione peraltro elevata, è la guglia, una cuspide a base ottagonale realizzata anch’essa in laterizio, formata da otto
lati poggianti su un basso trapezio. L’impaginazione della tessitura muraria e l’articolazione con le strutture situate al di sotto, manifestano un interesse dei costruttori orientato
nella qualificazione estetica della parte emergente volutamente lasciata a vista. Così come il linguaggio architettonico che presiede alla forma dell’edificio, rivela un chiaro
simbolismo dei numeri e delle forme propri del lessico cristiano tardo medioevale. Situato sul fianco meridionale della chiesa, indipendente ma direttamente collegato ad essa, nel suo
significato nascosto esso riassume emblematicamente nell’idea di una chiesa turrita, una “difesa materiale” che si continua con quella di una “difesa spirituale”. Se la triplice
archeggiatura che segna ciascun lato della cella rappresenta il mistero trinitario, la guglia piramidale dalla forma ottagonale sta a significare il mistero della resurrezione e
quello della rinascita, come ricordano le prime fonti battesimali.
Ma vi è di più. Nella sua canonica ripartizione in fusto, cella e cuspide, il campanile è definito da una
sovrapposizione di forme e volumi diversi non solo nella funzione ma anche nel significato espresso dal contenuto simbolico. Analizzando il disegno della parte conclusiva si distingue
una cella a base quadrata sormontata da un basso trapezio, su cui s’innesta una cuspide di otto lati. Nel linguaggio proprio del simbolismo cristiano la pianta quadrata della torre
identifica, in un universo virtuale, la terra, il trapezio quadrangolare l’asse cosmico, la terminazione a cono ottagonale concluso dalla sfera rappresenta
la volta celeste, mentre il coronamento a sei archetti che sottende al tutto, simboleggia la perfezione e il compimento dell’universo (i sei giorni della
creazione). Nel suo slancio verso l’alto, nell’idea di chi costruì il campanile dei Carmelitani, esso doveva rappresentare dunque l’axis mundi, l’asse verticale che collega
terra e cielo, che dal centro della terra conduce a quello del cielo e che unisce il mondo umano con quello divino, come la campana comunicazione tra uomini e uomini, tra uomini e
Dio, tra terra e cielo.
La torre carmelitana, ponendosi come elemento di rapporto e di unione col paesaggio, costituisce un’opera senza uguali
nel panorama coriglianese per l’equilibrio dei volumi che lo compongono e per il disegno nuovo, un unicum nell’architettura di quest’area calabrese.
Esso chiude un’epoca ma rimane ancora oggi come un tempo, dopo il castello, l’emergenza più cospicua della città tardomedievale.
(Estratto da: Luigi Petrone, “Campanili e
campane di Corigliano. L’architettura della città e lo spazio sonoro”, “Il serratore” 1999)