Chiesa di Santa Maria Maggiore
Le vicende costruttive di questa chiesa, come un lungo e fascinoso viaggio nel tempo, si svolgono distribuendosi
nell’arco di cinque secoli. Aggrappata con i suoi antichi rioni in cima al pianoro, edificata dove un tempo si trovava l’antica “platea mercatorum”, il primitivo impianto è
probabilmente riconducibile ad una chiesetta di fondazione bizantina risalente tra il X e l’XI secolo. Rari elementi riferibili ad una fabbrica antica, lacerti di muratura in
prossimità del transetto, stanno a documentare una stratificazione storica di indubbia arcaicità, come provano la lettura della tessitura muraria della cripta, strutture e ambienti
voltati (lamie) risalenti al XV secolo riportate alla luce negli spazi sottostanti.
L’edificio si dispone con caratteri dominanti nel tessuto medioevale, in rapporto diretto con l’asse viario primario e
la piazza antistante dalla quale anticamente ne prendeva il nome (de platea). La chiesa sorge in fondo alla piazza, all’interno di uno spazio urbanistico prestabilito, che
consentiva in passato una visione completa dell’edificio in seguito negata dal sorgere di nuove fabbriche (casa dei Morgia). In epoca angioina, intorno al terzo decennio del ‘300,
viene riedificata per volontà di Ruggero Sangineto conte di Corigliano con il titolo di Santa Maria Nuova quando, come precisa un breve del 18 marzo del 1329, viene concesso ai fedeli
in visita alla chiesa della Beata Maria Nova de Coriolano nella ricorrenza dedicata a Maria Vergine l’indulgenza di sessanta giorni.
Santa Maria della Platea viene
rimaneggiata nel XVI secolo. In un documento della fine del Cinquecento, un frammento di una visita pastorale compiuta dall’arcivescovo Scipione Floccari nel 1590, apprendiamo che vi
erano un gran numero di ‘cappelle’ (dodici), certamente poco più che altari che non dovevano avere molto della struttura essenziale di una cappella. La disposizione di queste e più in
generale l’assetto della chiesa furono radicalmente trasformati negli anni prossimi alla fine del Seicento quando iniziarono quei rimaneggiamenti che l’avrebbero del tutto
trasformata. Nel corso del Settecento, con una concezione spaziale del tutto diversa, viene completamente rifatta. Accanto al cappellone del Sacramento si realizzano due nuove
cappelle aperte da arcate a tutto sesto. L’ampliamento della fabbrica, che si allunga in senso orizzontale rispetto all’antica, configura una nuova centralità che è compiutamente
raggiunta in corrispondenza non dell’altare maggiore della navata, ma in quello della cappella del Santissimo Sacramento il cui accesso è mediato con un ampio arcone che assicura
l’unità spaziale [i]. La parte di navata antistante la
Cappella si comporta come una sorta di atrio alla cappella stessa. La disposizione planimetrica adottata ruota attorno alla Cappella del Sacramento il cui rapporto con lo spazio
absidale è sottolineato dalla differenza di quota, come il tetto a quattro spioventi che lo ricopre ne sottolinea l’autonomia costruttiva.
I rifacimenti di questo periodo modificheranno profondamente l’aspetto cinquecentesco, ma resta in qualche modo
documentato il passaggio dalla forma precedente a quella successiva. In un documento del 1719, a lavori non ancora intrapresi, la navata aperta da due ingressi era coperta con una
“tempiata a quadretto” (un soffitto piano a cassettoni), ed abside costolonata con copertura a lamia a croce, termine con il quale i costruttori indicavano la forma
arcuata di una copertura. Promotore di questi importanti rimaneggiamenti fu Francesco Maria Malavolti eletto arciprete il 14 ottobre 1734. Non del tutto compiuta, viene riconsacrata
il 24 novembre del 1744 con il titolo di Santa Maria Maggiore come rammenta una modesta epigrafe posta a destra della porta d’ingresso. I lavori settecenteschi
cancellarono completamente le ultime vestigia della costruzione cinquecentesca che mostra ancora su un fianco della chiesa tracce di finestre architravate.
La rielaborazione degli interni ci fornisce una gradevole interpretazione del rococò napoletano nelle esuberanti
decorazioni in stucco e nella dinamica sistemazione degli spazi. L’impiego del marmo lavorato a tarsia viene adoperato come motivo ornamentale unitario [ii]. Molto belli gli altari settecenteschi in commessi marmorei che
adornano il presbiterio e le cappelle laterali realizzati, senza timore di deludere i precedenti committenti, da maestranze napoletane. I suoi altari in commesso sono tra le prime
mense marmoree a comparire in città.
Gli artefici di queste trasformazioni furono capomastri di grande perizia che seppero inventari spazi riccamente
articolati e conclusi. La decorazione plastica, almeno inizialmente, viene affidata a decoratori del circondario. Nel 1698 Francesco Antonio Toscano di Terranova esegue la decorazione
in stucco nella cappella delle Grazie. Il decoratore si impegnava a «...stucchiare di stucco vero il primo arco dalli Capitelli, e per tutta la circonferenza di detto
arco in quel modo, che appare l’arco della ven.e Cappella del SS.mo con farci di vantaggio tre
puttini, …due sole fruttere cascanti …e dentro delli spazi di detti lati farci due figure della festività di una signora una per lato …e nelli quattro angoli pittarci à
sguazzo li quattro evangelisti...». Analoghi interventi sono compiuti nel 1756 nella cappella del Purgatorio dallo stuccatore Donato Sarnicola di Paludi che, insieme a Carmine
attivo nel 1757 nella chiesa di Santa Maria Maddalena di Morano, elabora motivi barocchi diffusi da Napoli.
Mentre è elevata la navata principale e ridefinita la zona absidale, viene realizzata la nuova facciata. Disposta su
tre ordini, questa è delimitata da pronunciate lesene angolari raccordate con altre curve che le conferiscono un caratteristico aspetto inflesso. Al di sopra di un portale
incorniciato da una piattabanda in arenaria, l’infittirsi di modanature in progressivo aggetto forma due cornicioni tra i quali si apre un finestrone dal mosso profilo racchiuso da
una cornice rococò. La facciata, tra ornati di forma capricciosa e mossi, si conclude con grande equilibrio in un timpano di coronamento, ricco di motivi decorativi, di volute e
pinnacoli, che accoglie in una nicchia la statua lignea a tutto tondo dell’Assunta. L’armoniosa scansione, l’equilibrio compositivo e l’intenso pittoricismo indicano quale
sconosciuto autore di questa facciata uno stuccatore capace d’intendere con originalità la lezione barocca. All’esterno le aperture sono ridimensionate nei consueti finestroni
barocchi dalla forma panciuta inflessa in alto.
L’edificio presenta una pianta a navata unica aperta, sul fianco di ponente, da tre profondi arconi che danno andito
ad un’ampia cappella accompagnata da altre due di minori dimensioni. L’orientamento attuale probabilmente solo in parte rispetta quello precedente. A questo proposito è utile rilevare
come la cripta ipogeica sia posta non al di sotto dell’attuale presbiterio, come si dovrebbe attendere, ma della cappella del SS. Sacramento quasi a ricordare una diversa
sistemazione.
L’interno, illuminato da vetrate (moderne), si presenta come quello di una tipica chiesa barocca, con diffuso
paramento in stucchi chiari e altari sulle pareti. Il percorso inizia dal primo altare di destra dove una tela con una drammatica Crocifissione precede un dipinto
accademico settecentesco raffigurante la Vergine col Bambino tra i Santi Francesco Saverio e Antonio da Padova. Del terzo altare situato in corrispondenza del
presbiterio rimane soltanto la pala d’altare, un’opera del pittore serrese Pietro Costantini una delle poche figure di pittori di cui si conoscono gli estremi biografici (1731-1793),
eseguita nel 1758 con l’immagine di San Francesco d’Assisi in adorazione del Bambino. In prossimità della linea del presbiterio si ammira il pulpito confessionale in
legno di noce, lavoro d’intaglio della seconda metà del ‘700.
Sul lato opposto, tra la prima e la seconda campata della navata, si osserva un’interessante espressione del barocco
napoletano. Il fonte battesimale, eseguito dal marmoraro napoletano Marino Palmieri nel 1782 per conto di Giovan Vincenzo della Cananea, è una pila circolare
cadenzata da cherubini e da una graziosa colomba di candida pietra posta alla sommità di un cappello ottagonale fabbricato con tarsie marmoree di grande effetto
decorativo. Due balaustrate marmoree del XVIII secolo, aperte da cancelletti d’ottone a due battenti, separano la navata dalle cappelle.
Nel Settecento la navata, voltata a sesto ribassato, vide il completamento della decorazione del soffitto con motivi
sacri raffiguranti, procedendo verso il presbiterio, una Visitazione, la Gloria del Santissimo Sacramento (un trionfo di nubi con il sacro ostensorio e
l’angelo che regge l’ombrello processionale) e l’Assunzione della Vergine tutti del Costantini.
Nella sagrestia, già sacrario del clero (come ricordano le iscrizioni dedicatorie sulle pareti), è custodito il tesoro
della chiesa in parte sottratto nel 1806 quando truppe francesi saccheggiarono la chiesa portando via gli oggetti più preziosi che vi si conservavano. Qui trovano posto oltre
all’archivio parrocchiale, antichi paramenti sacri, reliquiari e argenti di pregevole fattura opera di argentieri napoletani. Tra le carte dell’archivio, una raccolta che inizia dalla
seconda metà del XVI secolo, si ricorda un corpus di 38 pergamene la più antica delle quali, miniata nel 1555, è l’atto di aggregazione dell’Arciconfraternita del Sacramento con
quella romana di Santa Maria sopra Minerva.
Arredi sacri e paramenti, attraverso donazioni e commesse, segnano la storia di questa chiesa. Nell’armadio della
seconda metà del ‘700, restaurato dall’ebanista Alfonso Gaiani (1989), si conservano una purpurea cappa appartenuta al pronipote di Sisto V, il cardinale Alessandro Peretti, della
fine del ‘500, una dalmatica tessuta nel 1701 (una pianeta in seta verde impreziosita con ricami in filo d’oro che ben documenta la magnificenza e la ricchezza del ‘700 calabrese), ed
altri lavori eseguiti dalle Clarisse. Tra gli argenti sono da vedere una grande croce d’altare in lamina d’argento damaschinata fabbricata nel 1742 dall’argentiere napoletano Domenico
De Angelis, un bel reliquiario cesellato in lamina d’argento con fiorame a sbalzo, un turibolo con navicella, una pisside tardo barocca, manifattura francese del 1840 laminata in oro,
decorata con la Carità, due croci astili, un ostensorio della fine del ‘700 figurato sulla base con un’altra Virtù Teologale (la Fede), un reliquario in
argento fuso a forma di ostensorio ed altri oggetti che meriterebbero un discorso a sé. A fianco si conservano opere ed altri arredi realizzati tra il XVII ed il XVIII secolo. Tra
queste una bella Madonna della cintola tra i Santi Monica ed Agostino di anonimo pittore, alcune statue lignee (un Redentore, Santa
Barbara proveniente dalla chiesa dei padri riformati, e una Santa Teresa D’Avila), ed altre in cartapesta (un gruppo raffigurante la Visita di Maria a
Elisabetta, l’Addolorata, una Santa Lucia di Paolo De Angelis del 1878 nonché un’Immacolata realizzata dal leccese Luigi Guacci). Un dipinto di
ridotte dimensioni trafugato nel 1972, riproducente San Francesco di Paola, non è stato mai restituito. Qui è accolta anche una statua lignea policroma
raffigurante Santa Filomena, manifattura napoletana degli inizi dell’Ottocento, proveniente dalla chiesa della Riforma.
Proseguendo in direzione della facciata si incontrano le cappelle. Il piano del pavimento, come pure il presbiterio, è
leggermente sopraelevato rispetto a quello della navata. La prima cappella fondata dalla Congrega delle Anime del Purgatorio è dedicata a Santo Stefano protomartire.
L’altare intarsiato con marmi di colore diverso ed un ciborio ingentilito da cherubini, mostra le insegne della famiglia committente ed un dipinto rifatto con la Madonna delle
anime purganti.
Con un’ampia arcata a tutto sesto si accede alla cappella del Santissimo Sacramento sede dell’omonima
Confraternita istituita nel 1539. I sodali, come motiva la singolare ampiezza di questa cappella profonda come l’abside, si disponevano sui lati tra gli stalli di un coro non più
esistente. L’altare, scostato dalla parete ed impiallacciato come gli altri, trova negli angeli capoaltare la sciolta e graziosa gaiezza dell’arte plastica del Settecento. Medesimo
gusto si coglie nel rivestimento della cappella pavimentata con tessere bianche e nere che concorrono a formare un unico suggestivo ambiente barocco. Dietro l’altare, ricavati nella
parete, si osservano piccoli stipi dal profilo sinuoso. Sui lati sono sistemate alcune tele settecentesche di modesta fattura, mentre la volta è ornata con una pittura murale
raffigurante l’Ultima Cena (attribuita a Pietro Costantini ma con elementi che richiamano la maniera del terranovese Saverio Riccio) che raccoglie ad ogni tramontare,
dall’ampio finestrone che si apre sul muro di ponente, sempre nuovi colori.
L’ultima cappella dedicata alla Visitazione è la sede della Confraternita di Santa Maria delle Grazie.
Nelle arti plastiche i risultati migliori furono raggiunti in questa cappella. La parete di fondo è rivestita pressoché integralmente con un commesso marmoreo della metà del ‘700,
paraste sormontate da ricchi capitelli e un timpano spezzato che racchiude una cimasa mistilinea. La parete fa da sfondo ad un altare in marmi mischi dello stesso periodo e ad una
tela raffigurante la Visita di Maria a Santa Elisabetta del 1757, opera autografa del pittore di Serra S.Bruno Pietro Costantini, eseguita dietro incarico
dell’arciprete Francesco Maria Malavolti, compiuta con una maggiore qualità pittorica e una migliore capacità compositiva. In questo dipinto, come è già stato proposto, il Costantini
rivela l’adesione alle opere dei maestri del tardo cinquecento che sicuramente conosce attraverso stampe, come rivela la derivazione compositiva di questo dipinto da un analogo
soggetto seicentesco eseguito del pittore umbro Cesare Nebbia che richiama quello più celebre eseguito da Federico Barocci per la Chiesa Nuova di Roma. Prima di proseguire, sulla
cantoria dell’atrio d’ingresso è posto lo splendido organo settecentesco, eseguito con brillante gusto rococò dal gioiese Pasquale Iorio nel 1757, in legno intagliato e dorato e con
le canne disposte ad “ala d’angelo” . Restaurato dai Ruffatti nel 1983, le parti meccaniche di questo strumento risalgono al Cinquecento.
Dalla cappella delle Grazie si accede agli altri ambienti. In una sorta di piccolo museo sono raccolte altre
preziosità tra le quali un paliotto in scagliola realizzato nel 1722 da Stefano del Riccio, una Via Crucis dipinta su vetro, un busto ligneo di San Giovanni
da Capestrano ed una statua lignea policroma settecentesca rappresentante l’Angelo Custode. Su una parete, sebbene ancora improntata allo statico e devoto classicismo
tardocinquecentesco, si può ammirare una secentesca Sant’Agata in carcere attribuita a Cesare Fracanzano (1605 ca-1652 ca), che per la sua incertezza tra estasi
cristiana e ‘scandalosa’ devozione alla bellezza pagana, è forse il dipinto di maggiore interesse conservato in questa chiesa. Da qui, per mezzo di una scaletta, si accede alla cripta
occupante l’area sottostante le prime due cappelle. Essa è formata da una serie di ambienti contigui e intercomunicanti voltati a botte che si sviluppano su due livelli. Alcuni di
questi erano utilizzati come sepolcro - singolare l’accesso al sacello dei Luzzi - altri come ripostiglio di grossi otri in cui si raccoglieva l’olio da servire per i lumi. Altri
ancora erano utilizzati dalle Confraternite che se ne servivano, come provano scanni in muratura, per riunirsi. Qui sono conservati anche i vestimenti delle confraternite ed alcuni
lampioni da processione del XVIII secolo.
Dalla cappella della Visitazione si accede alla torre campanaria. La costruzione, situata a lato della facciata,
sembra risalire al XVI secolo periodo in cui (1590) abbiamo i primi riferimenti[iii]. Le forme attuali comunque risalgono al XVIII secolo quando con la riformazione settecentesca che aveva comportato l’elevazione del tetto
della navata, imposero di elevarlo. I lavori, invero, non furono portati subito a termine perché gli abbellimenti interni sottrassero tempo e denari alla fabbrica del campanile. Fu
Carlo Maria Montera (1716 ca-1780) che, a sue spese e delle Confraternite delle Grazie e del Santissimo Sacramento, il 15 ottobre del 1777 riuscì a portarlo nelle forme e all’altezza
che guardiamo[iv]. In un periodo successivo venne invece
realizzata la cella sommitale dell’orologio per sostituire la vecchia cuspide che concludeva l’estremità del campanile.
Il campanile accoglie sei campane, quattro nella cella campanaria, due sistemate sotto la lanterna. Tralasciando la
campana nel 1789, che non offre elementi di particolare interesse, di diversa fattura e significato sono invece le campane realizzate tra il 1791 ed il 1794 dalla celebre fonderia
degli Olita di Monteleone. Le preziosità descrittive dei rilievi, la ricerca dell’armonia tra bellezza e misura, fanno di queste campane manufatti di singolare bellezza.
Il primo campanone, fuso nel 1791 da Luigi e Saverio, è sistemato sul lato che dà sulla piazza. Sul corpo, al di sotto
di una mitria raffigurata in bel rilievo, si legge il motto Fidelitas et Amor dell’arciprete Gian Vincenzo della Cananea (1742-1819). Sulla gola
rivolta invece verso il sagrato si vede il fregio di un’Assunta coronata da cherubini. Fra queste due decorazioni s’inserisce il marchio dei fonditori inscritto in cornici
mistilinee dalle quali occhieggia una testolina di putto. L’altra campana colata nel 1792 venne presto rifatta nel 1794. I maniglioni reggono un lavoro che ripete nelle scelte le
medesime figurazioni della campana precedente. Anche i rilievi, sebbene diversi nel disegno, una mitria coi nastri cadenti e l’immagine frontale
dell’Immacolata, ripropongono le analoghe scelte figurative. Ma Andriana, è questo il nome della campana, sembra esprimere meglio la magnificenza e la ricchezza
tutta barocca di una campana che resta in assoluto la più bella. Un cartello identico al precedente racchiude l’insegna della fonderia cui segue, dopo quella dei Cananea, la singolare
legenda in caratteri greci M NHMEION / PRESBYTATON / TOYTOY NEO (Il ricordo più antico di questo tempio)[v].
L’ultima campana è un modesto lavoro del fonditore roglianese Rosario Grandinetti che la fabbricò per conto del curato
Raffaele Bruno nel 1846. Quelle dell’orologio, prive di decorazioni e ornamenti, furono invece realizzate nel 1839 nella fonderia dei Provenzano a Cortale.
[i] L. Petrone, Campanili e campane di Corigliano… cit., pp. 59 e sgg.
[ii]T.Gravina Canadé, Le Chiese raccontano... cit., p.119.